QUALI VERITA’?
Al di là del bene e del male, scriveva Nietzsche.
Concetto controverso, ambiguo per molti, troppo coraggioso e profetico per altri, lapidario e sicuramente foriero di riflessioni ed indagini successive.
Dal punto di vista strettamente filosofico, il suo enunciato abbraccia concetti ben precisi le cui intersezioni portavano a mettere l’accento sulla complessità di una visione del mondo univoca e chiara.
Un punto probabilmente può aiutare a sviluppare in termini applicabili alla nostra attualità, il concetto niceiano: se un bene, e non il Bene, e un male, e non il Male, esistono, dove comincia uno e finisce l’altro?
Siamo al solito, rinnovato negli scenari, reiterantesi motivo della lotta tra il Bene e il Male, oppure ci continuiamo a sorprendere ingenuamente che questo conflitto ogni tanto si ripresenti in modo così truce proprio perché trascuriamo o addirittura non abbiamo mai seriamente preso spunto dalle riflessioni filosofiche di Nice sul “non reale confine” tra le due forze?
E se la verità fosse che queste anziché contrastarsi si giustappongono?
Se si confondessero l’una nell’altra lasciando una superficiale apparenza di netto contrasto?
Grandi Stati, con la loro pax, da sempre professano e predicano la libertà, la giustizia, la fratellanza, il rispetto per i popoli e le diversità, e nonostante le comunità in questione siano, al loro interno, realmente multi etniche, da sempre questi paesi hanno perpetrato e perpetuato subdoli tentativi (quasi sempre portati a buon fine con la forza, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica) di imporre il loro modello di sviluppo, di economia, di stile di vita.
La vera domanda da porsi forse è: rispettare le culture altre e la libertà dei popoli, significa renderli uguali a te o cos’altro?
La domanda è, senza dubbio, volontariamente provocatoria, ma la realtà dei fatti è che in un modo o nell’altro, con le bombe o la diplomazia, l’embargo o le alleanze nell’ombra, ciò che è stato fatto ha un solo nome: imposizione al mondo della pace, basandosi sui propri principi partendo dalla considerazione del fatto che le regole vadano comunque stabilite dal più forte.
Al di là del bene e del male non è un concetto prettamente relativistico, anche se lasciare insinuare il dubbio intellettuale che dal male può scaturire il bene e viceversa poiché entrambi covano in se l’altro, ha sicuramente sfumature relativistiche.
Partendo da ciò e prendendo spunto dalle cose dette, è facile a questo punto porsi un’altra domanda: ma chi è più forte?
Sono più forti gli Americani o lo erano di più gli Apache?
Cosa è rimasto nella memoria di tutti gli esseri umani, la dignità e la forza spirituale degli Hopi e dei Moicani, o “l’energia imprenditoriale” dei bianchi dell’Arizona?
La verità è che noi bianchi abbiamo rinchiuso i pellirossa nelle riserve e poi ne abbiamo fatto un mito, ma solo ed esclusivamente per senso di colpa.
Dove sta allora il male? Come si identifica in tutto ciò il bene?
Che tremila innocenti deceduti a Manhattan per un atto di terrorismo allucinante sia per la crudeltà che per le dinamiche (chiunque sia stato ad organizzarlo, la fantomatica Al Qaeda o la stessa amministrazione americana), sia un male assoluto è pacifico e ovviamente non suscettibile di interpretazioni di nessun genere.
Ma perché tutto ciò è accaduto?
Perché il bene assoluto, pacifico, fraterno è stato preso di mira dal male puro, crudele, cattivo e geloso che mosso da una vampata di nichilismo terroristico ha deciso di fare una strage in nome di un dio che, se potesse, manifesterebbe anche lui il suo imbarazzo per l’accaduto?
Ma si può ancora oggi parlare davvero credendo a nette distinzioni tra male assoluto e bene assoluto?
È ovvio che ad un attacco così efferato, se la verità fosse che è stato un nemico esterno a compierlo, non si possa che rispondere reagendo con durezza e determinazione.
Essere il presidente di un paese come gli Stati Uniti non è assolutamente una cosa semplice, a prescindere dalla complessità, dall’ambiguità e dall’estrema delicatezza che caratterizzano tale situazione.
E non contano di certo, in momenti in cui il mondo si aspetta una reazione e in cui non si può per niente perdere affidabilità internazionale, le ragioni reperibili andando indietro negli anni, ragioni utili a capire (se onestamente si vuole) perché si sia arrivati a tanto.
Un serial killer non ha bisogno di quelle che gli specialisti chiamano “ragioni dello scollamento esistenziale”, per perpetuare i suoi delitti nel momento esatto in cui li commette; forse non si fermerebbe nemmeno davanti a chi con persuasione lo portasse a capire che chi agisce in quei crimini in realtà non è lui bensì il suo male dell’anima.
Alla follia, ai gesti inspiegabili non è, e forse non sarà mai possibile trovare una spiegazione; non esistono strumenti a nostra disposizione per raggiungere un completo sapere sullo “strumento di conoscenza”, la mente con tutte le sue sfumature.
Nessun metodo Ludovico può venirci in aiuto. Un gesto estremo, crudele, gratuito, rimane tale e per questa assurdità e gratuità va condannato, ma niente e nessuno può e deve esimerci dallo sforzarci di andare oltre le apparenze, traendo per nostra comodità semplicistiche conclusioni che dividono ancora oggi, nel terzo millennio, il mondo in buoni e cattivi.
Questo sarebbe ingiusto nei confronti della verità, nei confronti di noi stessi; sarebbe un insulto alla nostra intelligenza e un modo per rendere ancora più cieco e sordo il nostro senso critico, ma sarebbe principalmente ingiusto nei confronti delle migliaia di morti (tutti i morti), quelli delle torri gemelle e delle vittime innocenti della guerra ventennale in Pakistan e Afganistan. Di tutti i morti delle cosiddette guerre moderne, tecnologiche, quelle dei missili radiocomandati tanto precisi da colpire esattamente l’obbiettivo scelto. Perché allora, vista l’evoluzione tecnologica di cui anche i nuovi strumenti bellici sono espressione, chi continua a morire in maniera esponenziale ad ogni nuovo conflitto sono sempre i civili e sempre più quelli maggiormente indifesi come vecchi e bambini?
I morti, si sa, sono tutti uguali e non ci sono età, razza, condizione sociale che tengano, quando è di scena il manto oscuro della morte.
Perché nelle guerre non muoiono più i soldati? Perché chi decide di far guerra non ne paga direttamente le conseguenze?
Il mondo intero sa queste cose, si pone da tempo queste domande;ormai però queste cose non basta più saperle, ma è necessario urlarle.
Forse è anche a cose del genere che pensava Munch.